lunedì 16 settembre 2013

Perchè Obama vuole la Siria

Perchè Obama vuole la Siria

Vi siete chiesti in questi giorni perchè Obama sta facendo di tutto per scatenare una guerra in Siria? L'uso di armi chimiche, comprovato ma ormai a quanto pare da attribuire ai “ribelli” anziché al governo, è solo una scusa fittizia, come era una scusa il possesso di armi chimiche da parte dell'Iraq nel 2003 (in quel caso il governo iracheno aveva già da tempo provveduto a smantellare i suoi arsenali non convenzionali). Del resto gli Stati Uniti hanno fatto un abbondante uso di armi chimiche in Vietnam, ed anche le armi al fosforo bianco ed all'uranio impoverito, usate nelle due guerre in Iraq ed in Afghanistan, possono essere considerate chimiche.
Anche le attuali trattative per il disarmo dell'arsenale chimico siriano, fanno più pensare ad un tentativo di indebolire le forze armate siriane per poterle poi attaccare con comodo. Non dimentichiamo che l'arsenale chimico siriano è nato come deterrente in risposta all'arsenale nucleare israeliano, ed ha in effetti svolto un ruolo di contenimento nei confronti dell'ingerenza israeliana negli affari dei suoi vicini settentrionali.
In definitiva, a mio avviso, le trattative non ci allontanano di un passo dalla guerra: sarà il governo di Washington a decidere se attaccare, o meno. Le trattative, che riescano o meno, non possono fare molto per trattenere Obama se davvero ha deciso di fare la sua guerra.

Posto che non sono le armi chimiche la vera ragione della crisi, quali sono dunque le ragioni REALI dietro il pianificato attacco alla Siria? Ne ho individuate tre.

Le pressioni dell'Arabia Saudita.
L'Arabia Saudita da molti anni esercita, grazie ai suoi petrodollari, una forte pressione sul governo di Washington, fino a giungere al punto, così pare, di finanziare le campagne elettorali dei candidati alla presidenza, nella speranza di ottenere la loro fedeltà una volta eletti. A riguardo degli ambigui rapporti tra Stati Uniti e sauditi, non dobbiamo dimenticare il coinvolgimento di questi ultimi nel caso dell'11 settembre, oltre al loro appoggio storico alla cosiddetta “al Quaeda”.
La fedeltà di Washington ai finanziatori sauditi si è palesata anche durante la Primavera Araba, durante la quale i sauditi hanno represso con violenza i manifestanti che chiedevano democrazia e rispetto dei diritti umani, oltre ad occupare militarmente il vicino Bahrein per evitare che vi si installasse un regime democratico. Gli Stati Uniti hanno taciuto di fronte a questi crimini, adirandosi però di fronte ad azioni simili e probabilmente meno gravi compiute in altri paesi islamici.
Quale può essere l'interesse saudita in Siria? In realtà l'Arabia ha molti motivi per porre fine al regime attualmente al potere a Damasco: in primo luogo quest'ultimo è un regime laico e tollerante nei confronti delle altre religioni, mentre i sauditi hanno storicamente usato l'Islam come scusa per reprimere ogni richiesta di democrazia. Insomma, per la monarchia di Riyad è intollerabile che vi siano stati arabi in cui cristiani e musulmani sciiti sono benvenuti, non tanto perchè ai sauditi interessi effettivamente la religione, ma perchè senza il maglio dell'intolleranza religiosa non potrebbero tenere sotto controllo la loro popolazione né i paesi satelliti del golfo persico.
Non solo, ma ai sauditi interessa il controllo diretto della Siria, poiché in questo modo si garantirebbero il controllo assoluto degli oleodotti che dalla penisola arabica arrivano in Turchia (attualmente governata da un regime sempre più sottomesso ai dettami di Riyad) per poi svoltare verso l'Europa.
Insomma, Obama agirebbe come mercenario a difesa degli interessi politici ed economici sauditi. Questo non ci sorprende, vista l'influenza decisiva che i petrodollari sauditi hanno sulla politica statunitense.

Le pressioni delle lobbies degli armamenti
Se, come abbiamo detto a proposito dei sauditi, basta finanziare le campagne elettorali statunitensi per avere un controllo più o meno diretto sul presidente in carica, allora chi più della lobby degli armamenti può esercitare un controllo sulla politica USA, visto i milioni e milioni di dollari che questa da sempre fa piovere sui candidati?
Qualcuno a questo punto si chiederà: ma Obama non aveva preso provvedimenti per ridurre gli armamenti posseduti dai privati? Senza dubbio. Obama ha abilmente sfruttato una serie di gravi incidenti interni, durante i quali i “soliti pazzi” avevano massacrato decine di innocenti grazie ad armi ottenute regolarmente nonostante i loro (veri o presunti) squilibri mentali. Certo, Obama ha fatto pressione per una riduzione delle armi da fuoco in circolazione negli Stati Uniti. Eppure, quale è stato il risultato di questa paranoia anti-armamenti? Un aumento significativo della vendita degli armamenti stessi da parte di cittadini spaventati. Gli statunitensi infatti tendono a fare poco affidamento sulle istituzioni, preferendo difendersi da sé piuttosto che dover contare sulla polizia. Dunque, come diceva il famoso Colombo (il navigatore, non il tenente): << Buscar il levante per il ponente>>, andare ad est passando per l'ovest. Ossia, nel nostro caso, fomentare il terrore delle armi per incitare la popolazione ad acquistare a sua volta armi per autodifesa. Le lobbies degli armamenti ringraziano.
Ma questo ovviamente non poteva bastare. Un conto è vendere un fucile ad un cittadino per poche centinaia di dollari, un conto è vendere un missile al governo per migliaia, milioni di dollari. E come è possibile convincere la popolazione che occorre comprare più missili, più bombe, più aerei? Semplice, facendo scoppiare qualche guerra qua e là.
Anche il Papa ha recentemente sottolineato, coraggiosamente, questa connessione tra industria degli armamenti e guerre locali. Niente di nuovo sotto il sole, ma è incoraggiante che un personaggio carismatico e popolare come Papa Francesco denunci questa piaga.
Insomma, per qualcuno la guerra è un businness da sfruttare fino in fondo, e se non c'è nessuna guerra, allora occorre procurarsela. Nel nostro caso, basta tirare la giacchetta al servizievole presidente Obama ed ecco una guerra servita.

La Cina nuova superpotenza
Le due motivazioni analizzate finora sono tutto sommato rassicuranti; i sauditi potrebbero aspettare un momento più propizio per rovesciare Assad, oppure temporaneamente rivolgersi verso una preda più facile (i governi del Maghreb?), e le lobbies degli armamenti potrebbero accontentarsi, per questa volta, di una nuova guerra in Africa, in attesa anch'esse di una migliore occasione per far scoppiare una VERA guerra su larga scala (pensa agli affari che si farebbero con una guerra regionale, per non parlare poi di una guerra MONDIALE...).
La terza causa è, però, quella che mi preoccupa di più, per il semplice motivo che non nasce da una banale brama di denaro o di potere, ma nasce da un conflitto più profondo, che potrebbe avere conseguenze devastanti a livello planetario. E i precedenti storici purtroppo non sono rassicuranti.
L'alba del nuovo millennio ha visto il risorgere di una nuova grande potenza. La Cina, dopo alcuni secoli di declino, ha ripreso il ruolo di primo piano che storicamente le compete. La sua economia esplosiva e la sua popolazione le hanno dato un peso decisivo su scala mondiale, un'influenza in rapida crescita. Con il loro denaro contante i cinesi hanno comprato un'impresa locale dopo l'altra, hanno investito in titoli ed azioni, insomma hanno rapidamente scalzato gli Stati Uniti dal ruolo di prima potenza economica. La crisi (o meglio, depressione) economica dell'area occidentale è dovuta anche e soprattutto a questo, all'incapacità di competere con il dinamismo della Cina e degli altri paesi non europei in rapida crescita, come l'India e il Brasile, solo per citarne un paio.
Certo, gli Stati Uniti rimangono la prima potenza sul piano militare, ma la loro aggressività ha provocato paura e rabbia in molti suoi nemici.
1999 Serbia, 2001 Afghanistan, 2003 Iraq, 2011 Libia, senza poi contare l'appoggio a ribelli ed integralisti islamici in vari paesi del Medio Oriente, la guerra non dichiarata in Pakistan, e quant'altro. Giusto per fare un breve e incompleto elenco dell'attività militare USA negli ultimi anni.
Certo, potremmo anche citare casi più vecchi come il Vietnam, ma sono altri tempi. Forse è più appropriato ricordare come di recente gli Stati Uniti hanno soffiato sul fuoco delle tensioni locali tra le Coree e tra Cina e Giappone, in base al vecchio principio del divide et impera.
È chiaro come questa aggressività abbia causato una corsa agli armamenti su scala globale. La Cina sta velocemente costruendo una forza militare in grado di operare su scala mondiale; è notizia recente l'entrata in servizio della prima portaerei cinese, per non parlare poi dell'avanzato stadio nello sviluppo di aerei stealth di ultima generazione.
È dunque questione di pochi anni, prima che la Cina sorpassi gli USA anche sul piano della potenza militare. Se poi teniamo in conto della salda alleanza tra Cina e Russia, e dei buoni rapporti di questi con India e America latina, allora ci rendiamo conto che l'alleanza occidentale guidata da Washington manterrà la supremazia militare ancora per poco.
Ed è questa la ragione per cui Obama fa pressione sulla Siria: punta a provocare una reazione di Russia, Iran e, ovviamente, Cina. Obama sa che, al momento, può sperare di vincere una guerra mondiale. Sa anche che tra 5-10 anni la Cina e i suoi alleati saranno molto più forti e dunque imbattibili in una guerra convenzionale.
Dunque è questa la ragione profonda della crisi siriana, la ricerca da parte degli Stati Uniti del casus belli per una Terza Guerra Mondiale? Onestamente, spero proprio di no. Ma purtroppo ho paura che ci siano buone probabilità che Obama miri proprio a questo, ad uno scontro militare su scala globale, al fine di spezzare la potenza cinese sul nascere, e riallineare sotto il giogo americano tutti quei paesi, in primis dell'America latina, che negli ultimi anni hanno sfruttato il declino nordamericano per darsi un governo indipendente.
Del resto, mesi fa il famoso Henry Kissinger, ex segretario di stato USA ai tempi di Nixon, ha suggerito che sarà proprio questo il corso d'azione di Washington nei prossimi anni: prendere il controllo militare sul medio oriente per poi attaccare l'Iran e, da qui, provocare una guerra mondiale contro Cina, Russia e America latina, prima che questi diventino troppo forti.

Venti di guerra mondiale dunque? Forse sì, dipende dalle scelte che l'amministrazione USA compirà nei prossimi giorni. È chiaro comunque che un attacco alla Siria segnerebbe un passo storico in direzione di una Terza Guerra Mondiale, così come l'occupazione tedesca della Cecoslovacchia nel 1939 aprì la strada alla Seconda. A chi parla di un ritorno alla Guerra Fredda: svegliatevi, ci siamo dentro già da anni!


NOTA 1: la figura di Barack Obama
A chi pensa che Obama sia meglio dei suoi predecessori, suggerisco di guardare ai fatti; cosa avrebbe fatto di diverso rispetto ai Bush o a Clinton, a parte vincere un immeritatissimo Nobel per la pace? Una riforma per la sanità zoppa, che mirava certamente a fornire cure migliori ai poveri, ma ha anche fatto la gioia dell'industria farmaceutica, che così ha potuto sfruttare una nuova clientela che prima, senza l'aiuto statale, non avrebbe mai potuto permettersi i farmaci. Adesso chiedetevi cosa conta di più per Obama: la salute dei poveri, o i finanziamenti delle lobbies del farmaco? A voi darvi una risposta, la mia la sapete già.
A questo punto vi ripeto: che ha fatto di diverso Obama rispetto ai predecessori? Ve lo dico io: è di colore. E voi siete dei razzisti, se pensate che un uomo sia meglio di un altro in base al colore della sua pelle.


NOTA 2: la Francia
Molto di quanto detto sopra si può applicare anche per la Francia, a parte il fatto che la Francia non pare avere molto interesse ad una guerra mondiale contro la Cina. Senza dubbio la Francia ha dimostrato la sua aggressività verso la Siria spinta dalle lobbies degli armamenti, dai petrodollari sauditi, ma anche dalle lobbies industriali interne. La Francia ha avuto negli ultimi anni una recrudescenza neocolonialista, con interventi in Mali, Repubblica Centrafricana, e chissà quanti altri paesi africani (guarda caso, ex colonie francesi); questi interventi, sulla carta motivati da ragioni umanitarie, non erano altro che tentativi di abbattere o controllare i governi locali, per poi instaurare regimi economici favorevoli alle imprese francesi, che oggi come ai tempi del colonialismo depredano le risorse africane per arricchirsi a dismisura. Anzi, oggi più che allora: durante il colonialismo la Francia era costretta a costruire ferrovie, ospedali, scuole. Ora questo peso ricade sui deboli governi locali, la Francia può concentrarsi a depredare le risorse del territorio senza dover dare nulla in cambio.
La Siria è stata, seppur per poco, una colonia francese. È un caso dunque che la Francia punti ad attaccarla?
La situazione ricorda non poco quella della Libia: anche quest'ultima era ostile alla Francia, e preferiva fare affari con altre potenze (nel caso libico, l'Italia); grazie all'intervento in Libia la Francia ha ottenuto una bella fetta di petrolio libico, sottraendola all'Italia. Mirerà a fare lo stesso con la Siria? Come detto sopra, per capirlo occorre attendere le prossime mosse del presidente francese, il molto-poco-socialista Hollande.


Gianluca Ghetti

16 09 2013